Shibui – Percorsi Musicali – Luglio 2013 – di Ettore Garzia

Cuernavaca fu il paese messicano in cui morirono Gil Evans e Charlie Mingus. Per una differente ed ovviamente propedeutica combinazione il riferimento a queste due figure eccellenti del jazz sembra ricorrere in “Shibui”, ultima prova discografica del contrabbassista Enrico Fazio in versione Critical Mass. Da sempre alla ricerca di un jazz strumentalmente globale in cui sistemare armonia e melodia e valorizzare le istanze dei singoli nel gruppo, Fazio costruisce anche questa volta un prodotto musicale di pregio, che vede nella freschezza delle soluzioni e nella verve degli strumentisti della band un proprio punto di forza*.
Un ascolto attento vi rivela certe similitudini ma anche nuove variazioni: le strategie orchestrali che facevano capo a Gil Evans e lo spiccato senso del blues che investiva le aggregazioni di Mingus sono evidenti, ma a ben vedere non si può non pensare alle accelerazioni che Fazio imprime sulle sue composizioni, trasformando le fonti sonore e dandogli nuove identità: il riferimento è a certo jazz-blues di idioma anglossassone (Enrico esplicitamente conferma, nelle note interne, gli spunti di “Effetti Collaterali” in favore della band dei Colosseum), a certo jazz-rock vicino alle evoluzioni del sound di Canterbury (il dilatato intro di “Shibui” ci trasporta in una di quelle “side-slipping” melodiche equivalenti degli Hatfield and the North), con un fondamentale background in cui l’uso del violino ha una valenza simile a quello che un Jean Luc Ponty faceva senza elettrificazione e con un’inaspettato e saltuario profumo etnico (il clarinetto turco di “Pianoless” o il finale percussivo oriented-style di “Tuttecose“). Qui bisogna parlare di effetti osmotici, perchè alla fine quello che risulta è un cocktail integrato di jazz, che appartiene solo a Fazio e ai suoi musicisti; “Tempus fugit” ci costruisce una particolare versione di “Sister Sadie” arrangiata da Evans, così come “Effetti Collaterali” sembra melodicamente impostata sulle penetranti note di “Harvey’s tune” dalle Supersessions di Bloomfield-Kooper-Stills, ma trattata con tutt’altra ritmicità e risultato d’assieme.